giovedì 21 giugno 2012
Così giovane, così outsider
Torino non sta mai ferma, si sa.
A giugno meno del solito.
Mi ritrovo a segnalare, in doppietta serrata, alcuni eventi legati alle persone che mi stanno intorno, mattoncini Lego delle mie incrollabili (poche) certezze.
Se poi queste persone sono anche attive in progetti in cui credo a prescindere, è un’altra questione ma, per l’appunto, mi è ancora più piacevole parlarne.
Una di queste persone è mio cugino (“a mio cuggino” come, chi mi conosce e lo conosce, sa che mi rivolgo spesso e volentieri).
Insieme a un manipolo di artisti, alcuni giovani e già conosciuti, altri outsider (attenzione: non nel senso inteso più comunemente ma in quello più problematico, legato a situazioni di marginalità, disagio o svantaggio sociale o psichico), affiancati da diversi mediatori culturali, antropologi, e otto educatori con le palle, questa sera, dicevo, al Cortile del Maglio (per i non torinesi: ottima occasione per vedere come è stata riorganizzazione delle vecchie architetture industriali lungo la Dora), a partire dall’ora dell’aperitivo, presenterà il progetto che lo sta coinvolgendo in questi mesi in qualità di vincitore del bando Generazione Creativa promosso dalla Compagnia di San Paolo qualche tempo fa.
Forse non tutti sanno che Torino ospita, tra le mille e mille varie, una storica collezione etnografica e una di Art Brut; io se di etnografia avevo qualche reminiscenza dalle gite fatte a Colle Don Bosco, l’Art Brut l’ho proprio conosciuta grazie a Gigi (il cugino di cui sopra) che non solo mi ha permesso un sabato pomeriggio di vedere in anteprima personalissima (non specifichiamo come ;) “ Il Nuovo Mondo” ma, una mattina di fine agosto, mi ha fatto alzare dal letto a calci per portarmi a Losanna a vedere la collezione di Dubuffet, uno dei tesori più originali che abbiamo a pochi chilometri di distanza da qui (davvero, se volete farvi una gita merita sul serio).
Ecco, se l’Arte è espressione di qualcosa, in quel museo tutto il disagio, le nevrosi, le ossessioni di chi ha vissuto dentro i margini imposti da qualcun altro, lì ci sono proprio tutti, catalogate per bene nei vestiti cuciti e ricuciti in modo maniacale, nei fogliettini puntinati e nelle grafie distorte che evidenziano stralci di chi chissà quale discorso interiore.
(Dovreste esserci abbastanza abituati del resto...).
Ritorno seria, ma non troppo: il progetto che verrà presentato stasera è articolato in più fasi (che potete leggere qui) e, chiaramente, si augura di includere più contributi esterni possibili; nel blog di progetto potete vedere anche le facce dei partecipanti ai vari gruppi di lavoro che si sono posti l'obiettivo di elaborare una riflessione originale sui pezzi delle collezioni, di cui vi accennavo sopra, per aggiornare i concetti di marginalità e differenza con nuovi testimoni.
Stasera, quindi, il benvenuto all'estate io lo vado a dare da quelle parti, mi bevo un bicchiere di bianco bello freddo e brindo alla rottura di tutti margini del mondo, magari raccontando anche le mie di storture.
[Nel caso vi interessasse, poi, potete, lasciando un vostro contributo qui , essere parte attiva dell’ideazione del catalogo della mostra e permetterne la produzione e la stampa.]
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venerdì 8 giugno 2012
Come era quella cosa del pranzo di gala?
Un po' meno di un anno fa grazie a Federica entravo in contatto con "Un mondo a portata di mano": onlus torinese attiva in modo concreto (e lo dico con cognizione, visto quanto rompono con le loro iniziative, e a come li ho visti partire per l'Etiopia quest' anno , oltre all'impegno quotidiano che so che ci mettono).
Circa un anno fa, dicevo, partecipavo alla mia prima cena "al buio": organizzata totalmente da personale non vedente e finalizzata alla raccolta fondi per l'allestimento di un ambulatorio oculistico Gambo (in Etiopia, per l'appunto).
Nelle mie intenzioni, al tempo, c'era quella di raccontarvi in diretta come si svolgeva l'esperienza, ma mi è stato, nei fatti, impossibile perché le regole di partecipazione, una volta arrivati, si sono dimostrate (giustamente) rigidissime.
Una cena al buio vuol dire proprio al buio, non in penombra o romanticamente a lume di candela.
Vuol dire che tu scendi le scale e ti infili in uno scantinato dove la luce inizia gradualmente a diminuire per poi scomparire del tutto.
Vuole dire che i cellulari te li fanno spegnere e ti consigliano di metterti in fila per uno, in modo tale da non perdere almeno il contatto fisico con il partecipante che ti sta dietro e con quello che ti sta davanti mentre entri in una stanza di cui non conosci spazi, dimensioni e arredamento, mentre una tenda pesantissima si chiude alle tue spalle
E diventi cieco sul serio.
Poche balle, il primo effetto è claustrofobico, perché con gli occhi, banale a dirsi, facciamo molte più cose che vedere.
Ti senti perso ma dopo qualche secondo arrivano le mani silenziose e leggere dei ragazzi non vedenti che ti aiutano a trovare il tuo posto e la voce della guida che ti è stata assegnata ti spiega come fare per trovare dei punti di riferimento in uno spazio che ti è ignoto.
Ti siedi e a mala pena riconosci la presenza chi conosci ma, essendo in tanti, ti ritrovi chiaramente vicino anche a sconosciuti con cui cerchi immediatamente di fare amicizia per garantirti un aiuto quantomeno reciproco.
I rumori si amplificano. tutti.
Non ci puoi credere finché non lo provi: le voci arrivano alle tue orecchie fortissime, e ti metti a urlare (figuratevi con la mia, di voce) per qualsiasi cosa, perché è l'unico modo che hai per attirare l'attenzione e segnalare la tua presenza in questo mondo capovolto.
Cerchi di fare il simpatico e iniziare a bere: le battute si sprecano mentre ti insegnano come "misurare" il liquido nel bicchiere, poi, poco dopo, i ragazzi iniziano a servire e varie portate.
Ora dimenticando tutte le derive erotiche vi possono venire in mente in merito al mangiare bendati di Kim Bansingeriana memoria, ci mettete cinque secondi netti a capire che state perdendo tutta la vostra presunta dignità, ficcando le zampe nel piatto per capire cosa vi hanno portato e soprattutto per trovare la tecnica migliore per mangiarlo; i ragazzi dell'associazione si divertono un sacco a portarvi piatti elaborati e fantasiosi (ricordo addirittura degli antipasti serviti dentro delle conchiglie)
Capisci, e vi assicuro che lo capisci, che cosa voglia dire esattamente dipendere dall'aiuto di qualcun altro.
Poi via via ti rilassi, si canta, si fanno un sacco di giochi e metti alla prova i tuoi sensi con molti assaggi e test.
Magari ti sporchi ma chissenefrega.
Qualcuno, soprattutto all’inizio, si accorge che non se la sente (vi assicuro che non è banale) e con molta discrezione viene fatto uscire.
Alla fine si accendono le luci: scopri che lo spazio era l'opposto di quello che ti immaginavi, che la disposizione dei tavoli non c'entrava nulla con quella che ti eri disegnata nella tua testa e sorvoli anche un po' sullo scempio che hai combinato.
Soprattutto vedi "loro": le presenze che ti hanno guidato per due ore senza le quali saresti stato totalmente perso.
Loro, però, non vedranno te.
(ps: da oggi è finalmente online il sito dell’associazione, che trovate qui, e stasera, insieme a più di un centinaio di persone parteciperò alla cena organizzata per la raccolta fondi che si svolgerà alla Fondazione Re Rebaudengo di Torino; fate i bravi e se siete torinesi, e non solo, andate a toccare con mano quello che combinano questi fanciulli, non abbiate remore a fare domande e chiedere dei loro progetti e se proprio vi avanza qualche eurino è superfluo che vi dica cosa ne potete fare)
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