La frase qui sopra è presa da "Il sergente nella neve" di Mario Rigoni Stern, pagina 109 della mia edizione Einaudi, riletto quest'estate tutto d'un fiato su un aereo che mi riportava indietro dalle Azzorre. In un contesto nemmeno minimamente assimilabile alla campagna russa ma forse in qualche modo vicino al concetto di resistenza, nel senso più ampio e comprensivo che si possa intendere e che forse una volta mi metto a tentare di spiegare come si deve.
Ma per voi cosa significa effettivamente "resistere"?
No, perché io me lo domando, spesso e volentieri, in particolare quando mi accusano nell'essere manichea nel mio tagliar fuori dal mio raggio visivo, tutto ciò che ritengo scorretto, inutile, ripetitivo e vuoto nella sua mancata sostanza.
Però allora, quando mi accusate, dopo, non citatemi Gramsci e il suo odio per gli indifferenti e per chi non parteggia.
Ma parteggiare, però, poi significa diventare soldatino obbediente alle dinamiche della struttura (partito, azienda, clan, movimento) o restare un libero pensatore?
Fino a che punto siete pronti ad arrivare senza disconoscervi, voi?
Quale è il punto di non ritorno oltre il quale la vostra mediazione diventa compromesso? e se compromesso deve essere qual è il vostro prezzo?
Io, nel dubbio, alzo l'asticella e cerco, per quanto possibile, di restare "uomo" non ominicchio né tantomeno quaquaraquà.
E non sono nemmeno tanto sicura di esserne in grado.
Nel frattempo, buon 25 aprile.
2 commenti:
A proposito degli indifferenti e del parteggiare, dell'essere soldatini obbedienti. A proposito di Gramsci e Turati: non c'è sinistra (non c'è libertà) senza il diritto all'eresia. Sempre.
E buon 25 Aprile a te
Francesco
Non ho risposte. Ma temo che -tristemente- resistere oggi significhi sempre più arrivare a fine mese. O meglio, a questo ci stanno riducendo. Fino a quando, prima o dopo, nel bene o nel male, la resistenza non tornerà a essere ATTIVA.
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