
Nello stato di calma apparente (perdono per la citazione dozzinale ma rende bene il momento attuale) e nel fittizio rallentamento dei miei ritmi grazie all'agosto cittadino, ho il tempo di aggiornarmi su alcuni episodi che hanno investito la mia città nell'ultimo periodo e che, considerato il moto perpetuo che caratterizza quest'ultima fase della mia vita, rischio di perdere per strada.
Ieri, quindi, andando a ritroso nella cronaca degli ultimi accadimenti sabaudi ho ritrovato una di quelle di notizie che invece non avrei avuto nessuna intenzione di leggere.
Un altro di quegli episodi che mi fanno pensare che Torino a furia di andare avanti così non ne uscirà un granchè bene nel confronto nazionale (e escludo a priori quello internazionale).
Abbiamo un bel mostrare in vetrina quelle due robine che attirano tanto i turisti del fine settimana: i gianduiotti, le piazze che son salotti, i vasi di fiori sui ponti e l'atmosfera da rive gauche che però se annusi bene forse ne ha solo il lontanissimo olezzo.
Ad ogni modo succede che
Gianluca, dopo 20 anni (e se penso che ne sono già passati 20 deglutisco e dissimulo)
ha deciso che basta e consegna le chiavi, a chi verrà dopo lui, di uno
Spazio che nemmeno troppo silenziosamente, aveva preso in eredità a partire dalla dissoluzione delle cattedrali storiche del panorama musicale torinese, la cura del circuito alternative-indie che è passato in città.
A fianco ai magazzini di
Gondrand (...e se non è storica questa di citazione) c'è più o meno un parallelepipedo di cemento, credo fosse una vecchia scuola, con un giardino spelacchiato che nel corso di questi anni è stato la mia ancora di salvataggio per la fuga strategica dalle serate "in birreria" mentre d'estate, durante i giorni dello dello
Spaziale Festival diventava un piccolissimo spaccato di manifestazione molto british-like con il palco in mezzo al praticello, le bancarelle di dischi e cd usati in cui andare a sgattare (e soprattutto, aspetto considerevole, assolutamente
tamarro-free).
Ultima decisione, nel corso dell'ultimo periodo, in risposta alla crisi e stimolo alla conoscenza di band meno note, era stata quella della formula "up to you" per i concerti, dove il valore del biglietto d'ingresso era liberamente determinato dal pubblico.
Credo che più di ogni cosa parlino (o suonino) meglio i nomi che Gianluca e la sua crew sono riusciti a portare in questi anni.
Alla fine, non fosse stato per lui, nomi come
Raveonettes, Girs vs. Boys, !!!, Tarwater, Xiu Xiu, Crystal Stylts, ultimamente Lali Puna e Cocorosie (passati da qui snobbando Milano) non so se li avremmo visti. E nel caso, ci fosse ancora qualche reticenza, pure Mike Patton e la "Sonica" Gioventù 3 anni fa
Le parole di Gianaluca sono semplici e dirette:
Penso che ci siano tre modi di capirne di musica per chi fa questo mio mestiere: 1) mi piace o no 2) quello che delinea tensioni artistiche e sociali importanti 3) quello che funziona e fa tendenza Il terzo non mi interessa molto e non è mai stata comunque la mia missione. I primi due si. Parrebbe però che nel nostro Paese molti pensino di potere mettere assieme il 2 ed il 3, ma quasi sempre arrivano in ritardo su entrambi e quindi alla fine ci si riconduce all’1, spacciandosi con la presunzione di quelli che stanno facendo il 2.
E ancora:
In questo nostro bel Paese pieno di artisti “di professione”, direttori artistici, giornalisti tromboni e faccendieri della cultura che piangono per i tagli alle flebo dei finanziamenti pubblici, ma che ripropongono ogni anno gli stessi cartelloni farciti di amici e conoscenti, gli stessi articoli fotocopia, gli stessi rituali che di “culturale” non hanno più niente ed assomigliano sempre di più alle sagre paesane, all’animazione da villaggio turistico o agli show televisivi, io mi sento fieramente un onesto Artigiano che ha tentato di fare miracoli per non perdere il passo e tirare a campare.
E direi che sì, bon, basta.
Non credo ti si possa rimproverare qualcosa.
In compenso io, ora, sono seriamente fottuta, si sappia.