domenica 28 marzo 2010

basta la croce

Ora io non è che sono proprio (ahimè) una ragazzina e il diritto costituzionale me lo hanno insegnato lui e lui; quindi capisco che forse la sensazione è che si stia parlando di cose accadute ere geologiche fa e forse anche io dovrei aggiornarmi un po'.
Le mie posizioni (per quanto in crisi già da un po' di tempo), poi, non dovrebbero essere mistero per quelli che mi conoscono, così come la mia criticità bipartisan (a volte pure troppa criticità e pure troppo bipartisan).
Fatto sta che, oggi, qui si vota per le regionali.
Alla luce di tutto, ma proprio tutto quello che è accaduto in questi mesi e alla luce del fatto ormai il rispetto formale (e sostanziale) per qualsiasi norma prevista in quella carta di cui sopra sembra essere assolutamente una mera scelta determinata da casualità randomiche, per quanto io avrei voglia dirle un po' a tutti in faccia, quattro cose, ma con calma, e prendendo anche un caffè insieme a un bel po' di signori, io dico che anche questa volta è meglio se lascio caffè e mal di pancia da parte e a votare ci vado di corsa.
Tralascio sulla annosa speculazione su quanto il gesto in questione sia da annoverare tra i diritti quanto piuttosto tra i doveri. Ritengo, non meniamocela, che anche tra le sacche meno committed si sia comunque consapevoli del valore, per lo meno pecuniario, dell'attività in questione (e mi pare anche che, da quanto è vecchio il mondo, il mercato stesso abbia permesso un incontro ottimale tra domanda e offerta).
Dico solo, per quanto mi riguarda, che per me è importante, nel mio piccolo, esprimere, ancora una volta, e molto probabilmente ancora inutilmente, la mia volontà nel dire che io non lo voglio quello che sta continuando a passare sotto i miei occhi.
Io non lo voglio accettare che ogni giorno, a partire da azioni piccolissime, cose che dovrebbero essere acquisite come patrimonio genetico della nostra democrazia si stiano sbiadendo a una velocità di cui ho perso il controllo.
E niente, anche a questo giro, come milioni di altri, molto probabilmente continueremo la nostra lamentazione solitaria nel deserto. Poco male, sicuramente non ci mancheranno le parole, nè tanto meno gli spunti visto quello che ci circonda.

Poi dicono che l'altro giorno è iniziata la rivoluzione.
Può essere, anzi di sicuro c'è stata una consapevolezza importante, che proprio l'altra sera ha avuto la sua epifania che magari ha dimostrato (i numeri parlano), anche al di fuori di cerchie più ristrette, che la "gerarchia" e la "sussidiarietà" delle fonti di informazione (e della capacità di reperirsele quelle informazioni) può essere messa in discussione grazie a un mezzo che al momento è quello, in potenza, più trasversale che sia.
Ho apprezzato molto le parole e la riflessione di Strelnik che si può leggere interamente qui e che trovo una delle più concrete emerse dal mare magnum di quella sera.
Da un punto di vista meramente estetico però, se si potessero ideare nuovi clichè, ma giusto così, per non puzzare di vecchio anche da questa parte e se soprattutto ci si rendesse conto che la taranta ha più senso ballarla quando vai in vacanza in Salento a vent'anni dormendo in campeggio a Torre dell'Orso e strafogandoti di pittule (e con buona pace dei salentini che hanno la fortuna di vivere in una terra stupenda), forse si sembrerebbe anche un po' meno raffazzonati anche qui (di Morgan e Venditti, non dico nulla, se non il fatto che, vabbè, dai.)

ps: aggiungo che due post molto interessanti sull'argomento sono quello di telemac0 e quello di gba.

domenica 14 marzo 2010

lontano lontano oltre milano


La giostra va più veloce ora.
dovrebbe essere molto più divertente sentire quel tonfo in mezzo al petto mentre i giri aumentano finchè tutto rimane sotto controllo.
forse.
se proprio ti frulla la testa puoi sempre chiudere gli occhi.

venerdì 5 marzo 2010

pensieri sconvenienti #12

Come se fosse cosa nuova, del resto, che la legge per i nemici si applica, per gli amici si "interpreta".




lunedì 1 marzo 2010

ashes to ashes




Benares is older than history, older than tradition, older even than legend, and looks twice as old as all of them put together. (Mark Twain)
A Varanasi non la sento la puzza di morte, lo smog invece si.
Prende la gola, mentre. sul tuk-tuk traballante in quella roba informe per i miei occhi assopiti dalla logica binaria del traffico europeo, sono inglobata nelle dinamiche di un mondo che forse è quanto di più vicino alle forze primordiali io possa immaginare.
Ai bordi delle strade, fango e botteghe, senza soluzione di continuità, visto che la materia è la stessa.
Mi è impossibile camminare a piedi a Varanasi: la litania inesauribile di chi vorrebbe avere qualcosa, in questa città, risulta ingestibile anche per chi ha una soglia di tolleranza che reputavo ben più che sopra la media.
Unico posto nella mia vita, sino a oggi, dove mi sottometto docilmente alle mani di una guida, non tirando nemmeno sul prezzo e ammettendo la sconfitta di un Occidente che volente o nolente rappresento.
Non riesco a telefonare da Varanasi, nemmeno il ragazzo dell'albergo che tenterà per due giorni di fottermi con tutte le modalità da commedia all'italiana ci riesce. Da un internet point mando messaggi al mio piccolo mondo mentre a gambe incrociate sulla sedia cerco di non pensare ai topi che ho visto passare prima sui cavi lungo il muro della stanza.

Il mio incontro con il Gange avviene al tramonto di una giornata plumbea.
ll Gange è una distesa grigia e immobile: mi appare quando sbuco da un vicolo dove merda di mucca, mucche e bambini sono un tutt'uno.
Sulla riva bruciano due pire funebri, mi sorprendo a cercare di capire quali parti di un corpo umano siano ancora riconoscibili.
Non c'è dolore, non c'è disperazione, solo ineluttabilità e distacco.
Del resto, qui, anche la distruzione rappresentata da Shiva è un elemento imprescindibile e necessario per il compimento di ogni ciclo storico. E questa cosa, che qui il tempo è ciclico, non lineare, io qui la sento davvero fortissima così come vedo che i fatti soggettivi, quelli interiori, sono incardinati dentro lo spazio alla stessa stregua di quelli oggettivi, esterni.

Oggi sei fortunata - mi dirà domani il ragazzo che mi fa da guida - oggi il Dio (Hanuman) è nel tempio e lo puoi vedere.
E in effetti dio anche se non lo vedo io, lo vedono tutti quei signori che sono in coda davanti a me prima di entrare nel Tempio delle Scimmie, dove mi fanno lasciare borsa e cellulare e mi perquisiscono dietro una tendina per paura di un attentato e mentre piccoli primati dalle movenze inquietantemente umane scorrazzano ovunque, alcuni con i loro piccoli sulla schiena, facendo smorfie e gridando, e intanto, i pellegrini si dividono in file tra le due costruzioni all'interno del giardino.
Portano collane di fiori e scatolette confezionate ripiene di dolci in offerta e io non posso fare a meno di domandarmi chi se li mangerà dopo.

Morire a Varanasi è la cosa migliore che ti possa capitare se sei induista.
Se hai la fortuna che i tuoi resti siano bruciati qui e le tue ceneri sparse nel fiume, salti l'intero ciclo di reincarnazioni senza passare dal via, con un notevole risparmio di tempo, direi.
I cadaveri vengono presi in consegna da dei soggetti che per mia ignoranza chiamo monatti, credo siano dei paria, intoccabili e chi più ne ha più ne metta e credo che rivestano gli ultimissimi posti nell'ordine costituito delle caste.
Proprio mentre arrivo all'albergo in taxi mi capita di vederne qualcuno all'azione: si fanno strada attraverso la folla trasportando su una lettiga di bambù un corpo ricoperto da un sudario verde. Hanno un passo ritmato e sembra quasi che camminino sollevati da terra mentre si insinuano tra un a persona e l'altra.
Lungo il Manikarnika ghat ci sono cataste e cataste di legna da ardere. Il legno viene pesato con attenzione per poter stabilire il prezzo della cremazione, e se non vuoi badare a spese usi il migliore, quello di sandalo.
A fianco, però, per dare la possibilità davvero a tutti, c'è un forno crematorio, anche spazioso, dove invece per poche rupie si può ottenere lo stesso risultato anche se con modalità meno scenografiche.

Su una barca mi aspetta un piccolo Caronte che costeggiando un ghat dopo l'altro, ne spiega le peculiarità, mentre, i bambini venditori di candele avvolte in foglie di loto, sgaiattolano tra un'imbarcazione e l'altra invitandoti a pregare per i tuoi cari prima di abbandonare anche il tuo lumino nel fiume.
Sulle rive si celebra il ganga aarti, un rito che un po' ti stordisce nonostante i cartelloni della vodafone, alle spalle dei cerimonianti, siano un ottimo strumento per ricordarti chiaramente che ogni resistenza sarà comunque inutile.

Mi sveglio prima dell'alba il giorno dopo, per poter vedere il sorgere del sole sul fiume.
È davvero l'umanità in tutte le sue manifestazioni che si incontra su quei gradini per un rito collettivo e genera una specie di carnevale recitato di fronte a una scenografia che ricorda le quinte di cartapesta di un teatro (molto) decadente.
Non solo pellegrini che eseguono i loro puja rituali immergendosi nel fiume, ma tutte le attività umane, hanno una rappresentanza nella loro diversificazione.
Vedo i piccoli studenti dell'esclusiva scuola per brahmini che già svegli stendono le loro stuoie sul marciapede, mentre dall'alto il loro maestro con un megafono scandisce il ritmo dei loro esercizi di yoga; c'è chi usa il fiume come lavanderia e chi si fa tagliare i capelli e gente, tanta, che continua a arrivare in un formicolio indistinto a ripopolare le sponde.
La cosa vera, se ci penso, è che il Gange in quel punto lì è addirittura settico e penso anche che razza di forza, a cui noi atei e agnostici di tutto il mondo unito non potremmo mai appellarci, è in grado spingere le masse in questo modo, se arrivo a vedere che in un fiume del genere c'è chi si lava pure i denti.

Mentre in sala d'aspetto dell'aeroporto aspetto il volo che mi riporta a Delhi, si siede quasi di fronte a me un santo (vivente) vestito d'arancione. Ha barba e capelli lunghi, come da tradizione, una pancia liscia e ben in vista e un espressione serena. A quanto pare è molto celebre. Si crea una coda di persone che, avendolo riconosciuto immediatamente attendono pazientemente il loro turno per potersi inchinare davanti a lui e toccargli i piedi in segno di rispetto. Pure le hostess.

Va infine detto, per amor del vero, che l'India è uno stato laico e garantisce la libertà di culto: la pubblica amministrazione e le scuole rimangono chiuse per ognuna delle principali festività di ciascuna religione e ogni comunità religiosa festeggia allegramente le proprie ricorrenze e anche il proprio capodanno. Capodanni che difficilmente coincidono tra loro e che non coincidono affatto con il calendario ufficiale, che è invece, quello seguito dall'Occidente e dal resto del mondo.
E credo che questo, di per sé, sia abbastanza significativo.

Qui ho messo un video di cui non riesco a fare un embed sensato qui sopra, magari fa un po' Licia Colò e tutte quelle robe lì, però spero riesca a trasmettere in minima parte, quello che ho visto quella mattina.
Qui il resto delle foto fatte a Varanasi, invece.