Il continuo alternarsi di
notizie,
provvedimenti,
decreti,
strette di "maroni",
giri di vite e quant'altro in merito all'Internet italiana, mi ha fatto ricordare che non avevo ancora sistemato alcune riflessioni sorte a seguito di un incontro con alcuni blogger e giornalisti egiziani avvenuto qualche tempo fa qui a Torino dedicato a “
Egitto, Media e Libertà di Stampa”e a cui ho avuto la possibilità di partecipare.
Chè oramai, uno pensa all'Egitto, se va davvero bene, ricordandosi i villaggi e le immersioni fatte a
Sharm o nel Sinai, molto meno pensa al Cairo (escludendo piramidi annessi e connessi) o a città come Alessandria, centri nevralgici di interessi e movimenti nella maggior parte ancora a noi un po' ignoti pur trovandoci, di fatto, così vicini.
Si pensa un po' meno anche al fatto che i nostri dirimpettai, nella loro
costituzione si definiscono una repubblica araba e socialista (che tra l'altro, grazie agli emendamenti, vieta la nascita i partiti su base confessionale), hanno un
leader ritenuto tra i più "affidabili" del mondo arabo, salvo poi mantenere in vigore la sharia per quanto attiene il diritto di famiglia e lo statuto personale.
Tralascio volontariamente analisi sugli aspetti di politica estera e il ruolo rappresentato dal paese nelle dinamiche della scacchiera mediorientale ma non credo proprio di svelare grandi verità nascoste se dico che l'Egitto gode sicuramente di maggiori simpatie in Occidente piuttosto che tra gli stati della
Lega Araba.
Tutto questo per dire che il paese dei Faraoni attira sicuramente il mio interesse per quanto riguarda l'attività dei suoi media, incarnando una contraddizione tipica di molti stati dell'area dove al fermento delle produzioni radiofoniche e televisive e dei canali satellitari si contrappongono la chiusura periodica di giornali e blog e l'arresto di giornalisti.
Ho avuto l'opportunità, dicevo, di trovarmi faccia a faccia con alcuni rappresentanti dei media egiziani e, cosa che ha reso ulteriormente interessante l'incontro, è stata notare la differenza tra le posizioni assunte tra i soggetti presenti.
Lo spunto della discussione è partito dalla
proiezione del documentario di Carolina Popolani “Egitto tra parole e azione” che attraverso gli interventi di
Ala Al-Aswani,
Khaled Al-Khamissi, Shahinaz Abdel -Salam,
Wael Abbas,
Mohamed Adel e altri) racconta la condizione di molti giornalisti, scrittori e blogger egiziani.
Ne emerge un quadro che non dovrebbe neanche trovarci particolarmente impreparati, in quanto, a parte gli organi di comunicazione di proprietà statale (che detiene anche le frequenze televisive), i giornali indipendenti risultano essere spesso di proprietà di imprenditori che a loro volta detengono rapporti di varia natura con il governo.
Non esistono restrizioni o filtri nell'accesso alla Rete, si contano circa 200.000 blog di cui almeno 10.000 impegnati politicamente, di contro, si registrano almeno 500 incarcerazioni avvenute per motivi inerenti l'esercizio del diritto d'espressione e mascherate con altre accuse.
La dinamica è la seguente, dicono gli intervistati: il governo ti “permette” di scrivere, ma non permette allo stesso modo che si organizzino manifestazioni apertamente dirette a criticare il sistema e le decisioni politiche, i blogger attualmente incarcerati sono proprio quelli che dopo aver denunciato alcune realtà, hanno compiuto il passo successivo, cercando di strutturare mobilitazioni di massa.
Attraverso l'arresto, la confisca dei materiali e poi i successivi interrogatori, sistematicamente le autorità governative, inviano dei messaggi molto chiari rispetto ai limiti della libertà di opinione e espressione.
In merito alle posizioni espresse nel documentario di Carolina,
Said Shoaib (giornalista, editore e scrittore di lunga esperienza) ha sottolineato la propria distanza rispetto a quanto apparso nel video affermando che gli interlocutori intervistati non rappresentano la realtà egiziana e ha precisato alcuni aspetti.
Shoaib sostiene che una ristretta èlite, che vive e opera isolatamente rispetto al movimento di strada (
cosa, anche questa che mi suona alquanto familiare...) non è in realtà consapevole di cosa si agita nel paese.
Il malcontento, infatti, spesso si rivolge non solo contro il governo, ma anche contro altri soggetti, istituzionali e non.
Shoaib descrive anche la situazione surreale che vige in merito agli organismi che dovrebbero essere posti a tutela della libertà di espressione.
Un esempio per tutti: per essere iscritto al sindacato dei giornalisti (che attualmente non riconosce ancora i giornalisti telesivi né quelli del web) occorre dimostrare di essere iscritti al partito socialista (di Nasser) e possedere un contratto a tempo indeterminato.
In Egitto si registra il maggior numero di donne blogger di tutto il mondo arabo racconta
Marwa Hussein (giornalista economica di
Al Ahram Hebdo e corrispondente di
France 24) così come la maggior parte delle giornaliste in Egitto sono donne.
Purtroppo la selezione che avviene nelle redazioni penalizza chi non è protetto da legami nepotistici o familiari (
anche di questo non riesco a stupirmi...) non c'è un esame di ingresso né un ordine che vigili sui requisiti dei candiati. Si riscontrano difficoltà pratiche e burocratiche tese a scoraggiare l'apertura di nuove testate o canali televisivi.
Relativamente agli scenari futuri, alla luce delle prossime elezioni, tutti gli ospiti della tavola rotonda sono concordi sul fatto che solo Mubarak è in possesso di una strategia di perpetuazione dello status quo (attraverso la cooptazionbe del figlio) rispetto a movimenti quali i
Fratelli Mussulmani (principale opposizione teoricamente proibita dalla costituzione) che in realtà non stanno lottando realmente per un capovolgimento degli equilibri di potere.
Sempre Shoaib sottolinea quanto il problema reale si la necessità di una modifica non solo politica, ma soprattutto culturale (
strano eh...) in grado di modificare la spartizione di potere e un passaggio di ricchezze che è in atto dal '62.
Alla fine del dibattito cito l'esempio iraniano per chiedere quale è la percezione, da parte degli ospiti dell'incontro, in merito all'utilizzo e la diffusione nel proprio paese dei social network e di altri strumenti (e/o devices) in grado di facilitare una comunicazione più diretta e veloce nella Rete.
Mi si risponde che proprio il movimento dei "
Giovani del 6 aprile" (giornata della rabbia di mobilitazione nazionale in cui promotori invitavano alla protesta indossando capi di vestiario neri) pure essendosi dimostrata un fallimento dal punto di vista della partecipazione nelle piazze è stata sostenuta su Facebook da migliaia di attivisti, le informazioni e le immagini sono state aggiorante in diretta da
http://www.hakycairo.blogspot.com/ e da
http://egyptianchronicles.blogspot.com/ e si è rilevato anche in questo caso un utilizzo diffuso di Twitter.
Marwa aggiunge anche che una delle maggiori “vittorie” del movimento è stata quella di trovare un commento a firma del primo ministro proprio su uno dei loro blog*.
E non mi sembra irrilevante.
Impressioni del tutto personali: forse la cosa su cui ho riflettuto di più è proprio il fatto che quello che ho sentito, non mi sembra né particolarmente lontano né particolarmente diverso da quello che ascolto quotidianamente nel mio paese. Più che altro, per essere sincera e un po' millenarista, queste cose tendono a suonare al mio orecchio un po' come profezie future.
*purtroppo non sono riuscita a trovare elementi sufficienti per ripescare il post in questione.