
Ci sono stata da circa due settimane ed era da un bel po' che lo aspettavo, visto che anni fa, per un soffio, non sono riuscita a conoscerlo di persona, perdendomi un'occasione per cui mi mangio, ancora oggi, le mani.
Come dice una delle sue tante bio , Alfredo Jaar è uno degli artisti più "intransigenti" ad oggi in vita. Ed è la sua coerenza che (me) lo fa apprezzare e rimanere così impressionata dalla sua opera.
Qualche giorno prima, tra l'altro, avevo partecipato ad un convegno sulle modalità di comunicazione della cooperazione
rimanendo perlomeno stupita che all'incontro non fosse stato invitato nemmeno un "Esperto di Comunicazione", che docenti in tutt'altre materie affaccendati avessero dovuto raffazzonare slide trite e stratrite su: "Emittente-Messaggio-Ricevente", che ci fosse l'onnipresente figlia di Andreotti, ormai donna per tutte le stagioni (in questa circostanza risultava "consulente Rai" per le tematiche legate alla cooperazione allo sviluppo) e che la chiosa finale degli speech suonasse a metà tra un'omelìa ed un memento mori ("...beati quelli che cooperano ...o qualcosa di simile)
Ritornando ad Alfredo, all'impatto dei suoi lavori, nitidi, definiti ed essenziali, si rimane stupiti di come siano tutti potenzialmente "pubblicitari".
Il messaggio ti arriva diretto, ti scuote e ti innesca un putiferio di domande e riflessioni ( due su tutte: " The sound of silence" e "Lament of the images" ) ma non ti risulta retorico e non ti scatena pietismi, buonismi e terzomondismi vari. Questa è LA comunicazione sociale.
Nelle istallazioni di Alfredo ci credi che possa esistere una correlazione tra Etica ed Estetica , senza scadere in velate ( o anche manifeste) forme di autocompiacimento.
L'individuo riveste il ruolo centrale sia che vesta i panni della "vittima" sia quelli del "testimone" e rimane l'unico potenziale attore/referente per l'attivazione di una potenziale Trasformazione Sociale Responsabile.
In tutto questo, poi, i milanesi si troveranno invasi da " Questions" ed io sono un po' invidiosa.


